lunedì 21 novembre 2016

Iole Toini su "Works" di Vitaliano Trevisan


Ho appena letto l’ultima delle 651 pagine di Works di Vitaliano Trevisan edito da Einaudi Stile Libero. Era da moltissimo che non mi succedeva: un dispiacere, come dall’aver salutato un carissimo amico, rimanere da sola con il vuoto che ha lasciato.
Pochi autori mi sanno entrare a bomba così.

Vitaliano Trevisan da oggi è a gran diritto uno dei miei scrittori diletti. 
Un libro *forte*, Works, tanto forte e coraggioso è l’autore da spiattellare tutta la sua variegata e faticosa vita (e quello che gli ruota attorno), comprese fragilità e debolezze oltre che sue, delle persone che incontra lungo la strada. Attraverso il filo conduttore dei tantissimi lavori assunti, Vitaliano Trevisan racconta la propria difformità dal mondo che – malgrado gli innumerevoli sforzi – non gli permette di mettersi mai in condizione di conformarsi, di adeguarsi, di entrare nel “giro”. Un uomo distante da quasi tutto, eppure enormemente dentro tutto.

Fra i molteplici impieghi, muratore, lattoniere, operaio di magazzino, commesso di gelateria, giardiniere, portiere di notte e altri fra i più disparati, faticosi, umili, sottopagati mestieri che piegano e piagano corpo, mente e anima, oltre ad altri meno faticosi fisicamente, ma non meno prostranti mentalmente, soprattutto per un uomo che non rientra in nessun schema, che non si adatta se non per necessità, che non può stare alle regole se queste vogliono dire venir meno a principi di una sana (più o meno, a seconda dei punti di vista) ribellione, che contraddistinguono una personalità complessa, solitaria, libera, e forse soprattutto per questo, quasi incapace di trovare un suo ruolo nella società.

Leggendo il libro, a tratti, ho sentito anche una specie di imbarazzo, quello che viene dall’origliare da una porta socchiusa. Ma la porta di Works è spalancata e bisogna metterci interi se stessi per poterne percepire il rumore fondo, assordante.

Una persona vera all’estremo, Vitaliano Trevisan, dove per estremo si intende il rischio di non riuscire a darsi un posto nel mondo. Un mondo che sappiamo essere impregnato di sovrastrutture, di ipocrisia, di miseria che Trevisan mostra spudoratamente con fatti alla mano, attraverso la sua mente accesa, spugnosa, ferocemente onesta nel guardare e nel guardarsi. Un uomo schivo, sconfinato. Una intelligenza che nutre leggendo e facendo, suo malgrado, esperienza di ogni cosa, dall’ambiente più degradato a quello più raffinato; in entrambi ha a che fare con un’umanità dove la meschinità non manca. E dove raramente incontra la purezza. Una persona dalla scorza durissima, eppure sottilissima; la trasparenza di uno sguardo che si contrappone ad un estremo distacco. Un uomo esposto, sempre in bilico, al limite della vita lungo la quale lui sembra non abituarsi mai a camminare.

Un lavoro (l’ultimo in termini di mestiere, mi auguro) – questo di Works – che è durato 5 anni, dal 2010 al 2015 - ma che in realtà gli è costato tutta la vita, fino all’ultima frase “Tutto ciò che potrebbe incriminarmi è frutto d’invenzione.”.

mercoledì 16 novembre 2016

Marco Scarpa su "Ciao cari" e quanto viene prima


In occasione della serata di poesia Traversi incontra Pordenonelegge (Ca’ dei Ricchi, Treviso, 26 ottobre 2016), alla quale sono stato invitato, Marco Scarpa ha letto questa nota, che pubblico con piacere, essendo chiara e puntuale.


Sono passati trent’anni dalla prima pubblicazione di Stefano Guglielmin, un percorso di scrittura che ha attraversato diversi orizzonti, diversi scenari, diversi argomenti. Queste venti righe non sono dunque che un accenno di alcune linee della sua poetica. I suoi versi hanno attraversato il linguaggio della poesia, i suoi limiti e i suoi meccanismi, la sua storia e le avanguardie che l’hanno disinnescato e si incuneano tra i meandri della forma e del fare poesia oggi. Le prime raccolte sono maggiormente immerse in una scrittura di pensiero, densa, meditante, fagocitante per poi farsi via via più aperta. 

Non è una scrittura descrittiva quella di Stefano Guglielmin ma piuttosto allusiva, rintraccia ma non espone chiaramente, dirada, sfuma, riporta l’idea dello spaesamento dentro le persone, riporta vuoti di certezze e di identità. E questa dote di analisi avviene spesso grazie a una ironia sottile, grazie a citazioni, grazie a richiami di immagini e figure umane. 

Alcune novità di questo percorso emergono poi forti nell’ultima raccolta, Ciao cari, edita proprio quest’anno da La Vita Felice. La poesia mette in scena il privato, tra ricordi e lutti. Elabora la distanza storica ed emotiva con i cari affetti, siano essi familiari o letterali, poco cambia. Dove prima si procedeva per gradi di consapevolezza, ora la via è verso una riduzione, una sintesi, una trasparenza. Se prima scrivere era per capire o per esemplificare/spiegare ora l’obiettivo primario è accorciare le distanze, ricondurre a casa il vissuto. E questi molteplici ritratti di persone, alcune riconoscibili alcune più sfumate, tracciano una costellazione di possibilità dell’umano, una galleria di esistenze che da pochi particolari delinea una visione singolare e insieme globale.


mercoledì 2 novembre 2016

Giovanna Frene


Giovanna Frene, Tecnica di sopravvivenza per l’occidente che affonda, Arcipelago Itaca Edizioni, 2015, p.45 € 14,50. Con sei immagini di Orlando Myxx.

[recensione uscita su "Poesia", ottobre 2016]


Che cosa l’occhio vede se, come scrive Giovanna Frene in esergo del suo Tecnica di sopravvivenza per l’occidente che affonda, è un occhio “di vetro”? Che cosa c’è oltre quella sostanza vitrea? Esistono i fatti o non possiamo che giocarci il loro senso nelle possibili interpretazioni? Leggere Giovanna Frene, qui e altrove, significa far circuitare queste domande, in un esercizio ermeneutico che si muove nei gangli della Storia letta attraverso il principe machiavelliano, ossia quale conquista e conservazione del potere. In Tecnica di sopravvivenza il nodo eventuale si concretizza anzitutto nella catastrofe dalla Grande Guerra, in quel bivio che apre il novecento dei conflitti, della tecnica al servizio della distruzione di massa, sulla scorta tuttavia dell’archetipo che ha, nelle dinamiche di sopravvivenza della civiltà, il suo centro. “Liquefazione – sestina bizantina” lo dice in codice, là dove “piccolo padre” significa Attila, minaccia non definitiva per l’Occidente romano, che troverà in seguito le sue strategie di sopravvivenza meticciandosi con i nomadi invasori. E tuttavia, la prima guerra mondiale è mattanza differente, dove persino il reportage diventa interpretazione anzi, peggio, scientifica propaganda. La “sestina di Crimea” ci ricorda che fu quella guerra sabauda a inaugurare trincea e finzione, a ricostruire a posteriore i fatti, per ottenere il consenso: “Una quinta di fondamento / per una storia fotografica del genere umano davvero alla mano: / quella che racconto ora, sanguina, dal bordo della scena”. E sono differenti, le guerre novecentesche, anche perché nessuno vince, se non l’umanità, quando eroicamente sfida il potere, non facendosi annullare, a costo di subire il martirio.

Chiariti gli antefatti, Giovanna Frene, tra geroglifico e collage (di frasi lette o sentite, di pensieri e cose incontrate, di esperienze familiari), ci racconta in seguito il suo viaggio nel primo e nel secondo conflitto, il sacrificio dei fanti e dei partigiani per un futuro che non si è avverato: “Noi non avremo il vostro perdono” recita amaramente la chiusa de “Il massacro del Monte Grappa”. E subito dopo, in prosa, ci spiega con nomi e cognomi alcuni drammi bellici accaduti nelle prealpi venete, terra madre di Giovanna.

Mai come in questo libro, la poeta attinge dal biografico, citando e autocitandosi, nel tentativo di intrecciare coralmente il tragico cui è pervasa la Storia, pensata, nel breve saggio che chiude il libro (e sulla scorta di Paul Ricoeur), come un’allegoria dell’opacità del vero, opacità che chiede perciò continuo sforzo interpretativo, resistenza per togliere la naturale vocazione alla scomparsa che hanno sia i fatti e sia il linguaggio. In questo senso, Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda è un libro di poesia civile, laddove l’aggettivo riferisce ad un Esserci essenzialmente storico, aperto al possibile e libero nella misura in cui comprende le strutture del potere, che lo abitano e lo lacerano dall’interno, e “dove essere testimoni o colpevoli deriva solo dall’esser nati in un luogo e in un tempo precisi”.

Biografica è anche la scelta di corredare i testi della prima sezione con alcune foto di Orlando Myxx, immagini dove le geometrie scure della cornice e le tonalità dolci e sinuose del soggetto, raccontano come la dinamica del guardare sia sempre un atto interpretativo in dialogo, spesso conflittuale, con l’oscurità e con l’assenza.




SESTINA BOSNIACA, O DEL PENULTIMO GIORNO DELL’UMANITÀ

ovunque andassi, la gente mi considerava un debole
(Gavrilo Princip)


I.

se anche andassi per una valle oscura, non temerei alcun bene, perché tu sei con me:
se anche andassi a ritroso, ritroverei il corpo esploso, la pallottola
per l’eternità, una pura paternità in prospettiva: in somma, un impero centrale

II.

…un proiettile non va esattamente dove si vuole: ma due su due sono un bivio
perfetto, imboccato a ritroso come per difetto, o per eccesso di zelo:
si spinge indietro la macchina fino al punto esatto del suo non-ritorno

III.

…devi vivere per i nostri figli: non sembra vero che il ritroso si ripresenti per caso, aspetto
di un gesto grave, vista la fragilità, che afferra al petto, non il posto accanto, vuoto
il vuoto, sussurrato nella corsa del corteo pasquale di famiglia, che ha i suoi Decreti
 [solenni, le sue Astuzie

IV.

come la storia: dobbiamo ricominciare tutto daccapo! il ritroso, il secco, lo sconcerto dei fiori
raccolto con stizza da chi si accorge che non si tratta di una tabacchiera, torna
indietro per cercare di smettere il calcolare, ma in un tempo incalcolabile

V.

…un tipico esempio della barbarie balcanica (…) ma in città non c’è alcun segno di lutto:
un tipico esempio della barbarie viennese, o più che altro europea, ovunque
ci sia musica, nessuno piange a ritroso per più di un quarto d’ora, da sempre

VI.

come sempre vivere attentamente in perenne mobilitazione, anzi
pensare finalmente a un’eredità biologica senz’altro fondamento,
dove un riformato non riformi mai davvero il mondo, ma solo sempre lo finisca





LIQUEFAZIONE - SESTINA BIZANTINA



…essere in sé quello che si è costruito, e allo stesso tempo
galleggiare in superficie. buio come un pugno, dai piccoli padri

presenti, sempre presente il carro del vincitore, la discesa
strategica con le armi degli altri, tutte o poco

per volta, l’invisibile forma un monolite stridente
con la sconfitta, e la rigetta diritta a Ovest come

occasione per rispedire indietro le insegne del principio
“Orienta la spada sul seme della vicina distruzione”

: detronizzato il diminutivo, e prima destabilizzano
ancora il vuoto infiltrando l’ignoto, e altro, e in alto

si perda il gioco universale di unire ciò che l’uomo ha diviso
smembrando piuttosto il mondo che il suo potere







STENDITI A TERRA – SESTINA DI CRIMEA


tutto ciò che si sapeva
rimarrà come eredità




…come spesso gli uomini singolarmente intelligenti, aveva un numero limitato di idee,
un numero limitato di supposizioni, per ogni singolo soldato steso a terra:
rifare il campo di battaglia, se non si può proprio tutta la guerra, girare
al largo da queste vere carogne repellenti, ricreare da vicino se non il morbo
del vero, il vaccino del veritiero: fare la carogna per intero, in sostanza,
dare la notizia non della mattanza, ma della “bellavista”:
vedi che il braccio non sia fuori retta con la testa rotta, assesta
il colpo definitivo al cavallo centrale, centra la vera carne
malata, prima che infetta: una degenerazione veramente battagliera
di una schiera di inermi frantumati, a sfondo perduto, una quinta di fondamento
per una storia fotografica del genere umano davvero alla mano:
quella che raccolto ora, sanguigna, dal bordo della scena

[Su come nell’Ottocento si ricreavano a posteriori i campi di battaglia per fotografarli]



martedì 25 ottobre 2016

Paolo Donini su "Ciao cari" di Stefano Guglielmin





Nelle traiettorie dei poeti c’è quasi sempre un’acme di confronto frontale con la morte.

Questa ospite sotterranea di ogni scrittura e ogni forma d’arte, pur abitando preferibilmente sottotraccia nell’opera,  a un tratto scoperchia la superficie del testo e mostra il suo antico volto ossuto, fissa l’artefice in faccia.

Nel cammino poetico di Stefano Guglielmin Ciao cari è presumibilmente la raccolta incaricata di pronunciare questo sollevamento della morte sopra il livello della testualità.

Ma mentre in molta letteratura e poesia il confronto si produce nei termini del lutto, epicedio o elegia, oppure in una soffocante perlustrazione dei perimetri terminali della finitezza, in Ciao cari, sin dal titolo, il tema della morte risulta complanare all’accadere stesso della scrittura.

E la poesia, epigrammatica e confidenziale al tempo stesso, compie una traduzione bipolare dalla terra dei morti all’esperienza dei vivi o meglio,  degli ancora viventi, senza che tra le due si frapponga la dismisura di un’eternità.

L’ancora vivo infatti parla ai già morti condividendo il dono di quell’ancora, come se tra i due vi fosse complanarità esistenziale e non iato. Straordinariamente, con il suo timbro poetico egli li trattiene in colloquio sulla soglia, per quanto trasparsi ormai da raggi nullificanti.

Domina i testi un tono di allocuzioni mai finitive, tanto meno celebrative bensì pacatamente quotidiane, in fieri, affermativamente interroganti e perciò aperte al risuonare pur impensabile di una risposta.

E i vari episodi, sviste, manchevolezze rimasti irrisolti nella relazione amputata dalla scomparsa di uno dei due interlocutori, vengono trattati come ancora passibili di sviluppo, di chiarimento e restituzione.

Il segreto di questo libro, nella sua prima sezione, è forse l’inattesa comunicabilità di vita e morte, la familiarità superstite, pacata e piana, tra chi parla nella luce e chi nell’ombra tace, in un silenzio vicinissimo, da una stanza che pur  serrata rimane lì accanto, poeticamente accessibile.

E forse questa prospezione confidente deriva la sua possibilità di pronuncia da un altro dato originale del libro: la piccola Spoon River di Guglielmin non accoglie infatti persone esemplari, modelli e tipi umani illuminati da fari fosforici, bensì un registro di perdite generazionali, elencate per nomi e per date, un bollettino di guerra gremito di per lo più brevi, per lo più suicidarie esistenze, di cristalli giovanili infranti.

Ed è proprio la giovinezza, la comunanza della giovinezza, a fornire il terreno alla comunicabilità del discorso tra l’ancora vivo e i già morti. A consentire non banalmente di salutare con il ciao del bar i cari entrati nell’abisso.

Essere stati giovani insieme significa, per l’esperienza e la reciprocità di allora, essere già estinti nel presente, che si sia vivi ancora o anagraficamente morti di già.

È quell’allora a fornire l’avverbio connettivo tra ancora (vivo) e già (morti).

Ed è per virtù di quell’allora che il vivo può condividere il discorso con i suoi cari morti, perché essi soli sono con lui depositari del comune passato. Del pio passato, come lo definisce la  Micol di Bassani, che lo identifica con una giovinezza la cui altra sigla letteraria è forse soltanto A Silvia, figure entrambe di morte prematura ovvero: precedente alla maturità.

Guglielmin ci parla così della solitudine propria di ogni adulto, nella cifra del distacco definitivo dalla giovinezza, di cui progressivamente, per chi ha in sorte di superarne l’età, è fatale condividere il sapore solo con chi vi è scomparso dentro, senza giungere a uscirne.

Nella seconda sezione del libro, la trama di persone di cui l’intera raccolta è intessuta, si riveste dapprima di anonimi, nell’esperienza generalizzata della perdita, e poi, puntualmente per un intellettuale, di ritratti d’autore.

Unica compagnia che regga il confronto con la vivezza biografica delle frequentazioni giovanili, sono infatti gli artisti, i poeti, gli scrittori degli anni formativi e poi delle letture senza termine né cronologia.

Il fantasmatico  tessuto relazionale che uno sguardo va nutrendo mentre scruta pagine e pagine oltre la miopia, al bagliore smorzato di un paralume, forse commentando qua e là un verso, un’immagine, un concetto con le ombre di ragazzi e ragazze, complici per sempre di un’antica avventura.

 Paolo Donini


Stefano Guglielmin, Ciao cari, La Vita Felice, MI 2016

                                                                                                                   
                                                                                


lunedì 17 ottobre 2016

Mauro Ferrari su Fabrizio Bregoli

90. Fabrizio Bregoli, Il senso della neve, Prefazione di Ivan Fedeli, Postfazione di Tomaso Kemeny, puntoacapo Editrice, Pasturana 2016, pp. 128, € 15,00
ISBN 978-88-6679-079-2 


Ci dice Fabrizio Bregoli, in nota di copertina, che considera questa raccolta (la sua terza) il vero libro d’esordio: un libro che non ha nulla dei classici libri d’esordio, che in genere, anche quando spiccano per originalità, tendono a peccare di quella rapsodicità, a volte di quella incoerenza tipica di chi sta trovando una propria voce (se mai la troverà) fra molti lodevoli tentativi. Dico questo, e lo dico in partenza, perché Il senso della neve è non solo una delle più belle raccolte degli ultimi anni, ma anche un libro con una forte e mai ostentata architettura interna. Diciamo anche: con un saldo esoscheletro di letture e conoscenze su cui si innestano riflessioni personali e capacità espressiva; quella capacità a volte definita “tecnica” che non va confusa con il mero assemblaggio di significanti e (quando ci sono) significati, stili, temi e quant’altro, bensì quello che Pound considerava “la prova della sincerità di un artista”.
Il verso di Bregoli, la sua voce, è una originalissima sintesi: versi che si aggirano nei dintorni di un endecasillabo a volte foscolianamente elegante a volte dimesso, a volte straniato e parodizzato; toni colloquiali e impennate espressive di sapore dantesco; lessico quotidiano e gergo tecnico, scelte iperletterarie e sermo humilis. Insomma, una perfetta convergenza di varie istanze espressive.
Non per caso Fabrizio Bergoli è ingegnere elettronico, il che dovrebbe porlo adeguatamente lontano dalla forma mentis del poeta, più imbevuto di libri che di consapevolezza del mondo – per quanto non manchino i precedenti (Sinisgalli per dirne uno). Invece, questa poesia ci mostra come la convergenza fra diverse forme di pensiero e stili sia il modo migliore per vedere le cose in maniera corretta – un tema che Bregoli pone direi al centro del libro. Anzi: una possibile strutturazione dell’opera prevede proprio che le prime sezioni preparino per così dire il campo a ciò che segue, come postulati e assiomi, riflessioni sulle condizioni esistenziali in cui si attua lo scrivere poesia. È una scelta che, nonostante la massa dei poetanti sempre più ampia (il che in sé non è né un male né un bene) appare sempre più opera resistenziale o, per dirla con due degli ultimi testi della raccolta (p. 87 e p. 89) di “desistenza”, cioè rinuncia. Il che, preciso, in Bregoli, non è per nulla rinuncia a parlare, trovare voce per le cose da dire sul mondo e nel mondo, bensì decisione di non abbassarsi, il non accettare compromessi (con esiti a volte paradossali, ironici, come in L’ultimo tolemaico (appunto. p. 89), in cui fa gioco al poeta pensare l’uomo “al centro del suo nulla”.
Questo “nulla”, all’altezza di p. 89, e segnatamente nelle prime sezioni, è già stato qualificato come uno degli aspetti della civiltà contemporanea, quella che nasce dall’atto del preciso osservare, misurare e matematizzare nato con la rivoluzione scientifica. E la raccolta si apre proprio con i versi

Scruto dalla finestra
come dal più preciso dei cannocchiali,
la finestra, identica, della casa di fronte

(Quel ramo, p. 15)

in cui vengono telescopizzati Galileo, Heisenberg, La finestra sul cortile e il voyeurismo internettiano, quello tanto bene ritratto in Matinée a San Babila (p. 59) (a proposito, meravigliosa la definizione «foglie sullo stesso ramo»!). Ed è un nulla che purtroppo avoca a sé il destino del durare, dell’essere perfetto e inevitabile, mentre non è altro che «ovvio catalogo del brutto» (Tentai, ritrassi, p. 51), «compromesso» e «abitudine» (Occhio di pernice, p. 40).
È questo un mondo che esige una presa di posizione: di consapevolezza civile, per non scomodare l’aggettivo oggi tanto desueto di “politica”, e sarà l’asse delle prime sezioni – Nel dirupo dei tempi e La congettura del canto – in cui il focus si sposta gradatamente sulla consapevolezza artistica. Bregoli opta risolutamente per una scelta dantesca, per una commistione di stili in sintonia con la sua duplice formazione, con il rifiuto del canto (se per canto si intende una visione edulcorata della poesia, decorativa, consolatoria insomma). «Serve un torsolo minimo di voce» (Il senso della neve, p. 31), cioè un nucleo spogliato da orpelli decorativi, che non ci raccontino della favola bella: «Altro il timbro degno del nostro tempo», ivi, ancora in consonanza con il poundiano The Age Demanded, e lo facciano in un linguaggio poetico non ossessionato da Il bianco di stoviglia, p. 37, cioè la politezza formale del verso che suona e non dice, non opera scelte personali, non si prende insomma responsabilità.
Qui ciò che potremmo definire la convergenza tra umanistico e scientifico può aiutare a trovare le parole e direi soprattutto i perfetti correlativi oggettivi per ciò che ha da dire (si veda Elettroforesi, p. 43, o la sezione Compendio di fisica applicata). Ma, anche e paradossalmente, la poesia di Bregoli mette in discussione – proprio attraverso gli statuti formali del verso – quella forma di positivismo ottimistico che ci circonda a livello di vulgata: si vedano testi illuminanti e ironici, come Genesi (p. 92) o La velocità della luce (p. 93).
Insomma: la poesia di Bregoli ci dice quali siano ancora potenzialmente non solo gli spazi per una poesia che sappia parlare del mondo, ma anche (e forse è ancora più importante) gli spazi per una nostra maggiore e più viva consapevolezza del nostro tempo.


Mauro Ferrari


lunedì 5 settembre 2016

Bando Premio di Poesia UMBERTIDE

COMUNE DI UMBERTIDE   
ASSOCIAZIONE AMICI DEL CENTRO SOCIO CULTURALE “SAN FRANCESCO”

Bando di Concorso 

Per iniziativa dell’Associazione, in occasione della ricorrenza del 25 Aprile 1944, giorno del bombardamento della città di Umbertide e del 25 Aprile 1945, giorno dell’Insurrezione Nazionale per la liberazione d’Italia dall’oppressione nazi-fascista,
viene indetta per l’anno 2017 la

XXXV  Edizione del Concorso Nazionale di  Poesia inedita in lingua italiana 
“Umbertide XXV Aprile”
1.  SEZIONI DEL PREMIO:

    A)   Aperta a tutti. 

    B)   Riservata ai giovani minori di 19 anni residenti in Umbria.

    C)   Riservata agli autori stranieri.

Ogni concorrente può inviare fino a un massimo di tre componimenti inediti, tassativamente non premiati in altri concorsi, entro il limite orientativo di quaranta versi ciascuno. Il tema delle poesie è libero per tutte le sezioni.

Le opere vincitrici o segnalate al merito saranno raccolte in un volume e pubblicate a cura del Centro Socio Culturale che  provvederà alla sua diffusione.

2.    PREMI IN PALIO:

        Per la Sezione A: al primo classificato 800 €, al secondo 400 €,  al terzo  200 €;
        Per la Sezione B: al primo classificato 300 €;
        Per la Sezione C: al primo classificato 300 €;

Agli Autori premiati spettano dieci copie della pubblicazione e un artistico diploma personalizzato.
Ai segnalati al merito cinque copie della pubblicazione.

3.    ORGANO GIUDICANTE : 

La Giuria con parere insindacabile e inappellabile è composta da: Anna Maria Farabbi (presidente giuria), Sebastiano Aglieco, Marco Bellini, Stefano Guglielmin, Rita Pacilio, Paolo Pistoletti.
A giudizio della Commissione potranno essere attribuiti premi speciali. 


4.    MODALITÀ DI INVIO:

       Invio tramite e-mail (in formato PDF) al seguente indirizzo: segreteria@cscsanfrancesco.it entro e non oltre le ore 24.00 DEL 31 GENNAIO 2017, riportando nell’Oggetto della e-mail: “premio Umbertide XXV aprile” e la “Sezione …”, e come allegati:
o   1° file contenente le poesie;
o   2° file contenente le generalità (nome e cognome, luogo e data di nascita, indirizzo di residenza, recapito telefonico, indirizzo e-mail);
o   3° file contenente la ricevuta di versamento della quota di partecipazione.

        Invio tramite posta in plico raccomandato con all’interno:
o   le poesie in formato cartaceo (in copia unica) indirizzate  al seguente indirizzo: Segreteria del  Premio P.zza San Francesco 1 - 06019 Umbertide (PG) – dovranno essere inviate entro il 10 GENNAIO 2017. Farà fede il timbro postale di partenza.
o   una busta sigillata – contenente generalità (nome e cognome, luogo e data di nascita, indirizzo di residenza, recapito telefonico).
o   la ricevuta di versamento della quota di partecipazione.

       Solo per le sezioni A e C è richiesta una quota di partecipazione di € 10,00 per contributo spese organizzative. 
Versare la somma su c/c postale n. 1000929487  intestato a Associazione Amici del Centro Socio Culturale San Francesco o tramite bonifico bancario IBAN: IT62 A053 9021 6000 0000 0100 039.


La Partecipazione comporta l’accettazione di tutte le regole del Bando. L’inosservanza delle medesime determina l’esclusione del concorrente.

Per ulteriori informazioni: Associazione Amici del Centro Socio Culturale San Francesco  Tel/Fax 075/9415958 
www.cscsanfrancesco.it              segreteria@cscsanfrancesco.it                 

Premi ed attestati saranno rilasciati soltanto agli Autori presenti alla cerimonia conclusiva che, salvo imprevisti, si terrà ad Umbertide nella Sala d’Onore del Centro,  Domenica 23 Aprile  2017 con inizio alle ore 10.00.
A tutti i presenti  verrà offerto in omaggio il volume contenente le opere premiate e segnalate al merito, edito dal Centro Socio Culturale. Seguirà un incontro conviviale con l’assaggio di prodotti tipici umbri.    

Per facilitare la presenza, i Premiati riceveranno ospitalità completa per un giorno presso l’albergo “Capponi” di Umbertide.

Gli Autori riceveranno in tempo utile notizie sull’esito del Concorso ed invito di partecipazione alla cerimonia di cui sopra.

Umbertide, 05 settembre  2016



Presidente

Sergio Bargelli

lunedì 4 luglio 2016

Blanc va in ferie, ma torna a settembre


Riguardo alla poesia, c'è un fatto abbastanza evidente in rete, anzi due: si postano troppe poesie, specie in Facebook; i poeti si raccontano troppo (con inevitabile piglio narcisistico-ombelicale). Non c'è rimedio ad entrambe le debolezze, ma almeno se ne prenda coscienza.

In settembre blanc torna: piccolissime recensioni, qualche riflessione sulla poesia, qualche stroncatura in più.

Il resto, se c'è, si vedrà.

Buona estate!